Quando iniziamo a meditare ci sono molte aspettative, qualche paura e tantissimi dubbi. L’aspettativa di risolvere i nostri problemi, la paura di essere proiettati in mondi a noi estranei, magari il dubbio di non essere all’altezza. E poi scopriamo che la meditazione è semplicemente tornare a casa.
Cos’è per noi tornare a casa?
Possiamo riflettere su cosa facciamo quando torniamo a casa. Proviamo a ricordare la sensazione quando apriamo la porta, o sprofondiamo nella nostra poltrona preferita, indossiamo quegli abiti logori eppure così confortevoli. Mi viene in mente Guglielmo, il figlio di mio marito, quando torna a casa e indossa una tuta che conserva con cura nella sua stanza. Noi la chiamiamo “la divisa”; indossarla vuole dire mollare tutto, lasciare andare ruoli, responsabilità. Nessun altro luogo dove andare, niente da fare, nessuna persona da diventare. Essere a casa, al sicuro e a proprio agio.
Sentirci a casa, quindi, racconta la nostra disponibilità a essere così come siamo. E farlo in modo naturale senza filtri, senza maschere e senza ruoli. Maschere che a volte non sappiamo neanche di indossare; ruoli che abbiamo o che ci hanno dato, e di cui non ricordiamo più il significato.
Questo sentirci al sicuro ci permette anche di esporci di più. A volte la casa può essere rappresentata da alcune persone che ci fanno sentire a nostro agio. Proprio qualche giorno fa osservavo come con alcune amiche mi concedo espressioni e modalità che semplicemente non uso con altre persone. Ci sono amicizie che sono un po’ come casa.
Allora la casa non è necessariamente un luogo fisico o geografico; ma prima di tutto quello spazio del cuore in cui ci sentiamo liberi e al sicuro; in cui per un po’ smettiamo di cercare.
Lasciare casa
Una nota canzone italiana recita: “Io voglio andare a casa. La casa dov’è? La casa è dove posso stare in pace”. Purtroppo non per tutti la casa è un luogo di pace. Magari ci sentiamo fuori posto, disconnessi da quello che ci circonda o dalla direzione della nostra vita. Magari attraversiamo un periodo sfidante al lavoro, nella nostra relazione, ed è necessario abbandonare il mondo conosciuto e metterci in cammino. Forse senza neanche accorgercene abbiamo già lasciato casa da tempo e siamo in viaggio. Dunque a volte per tornare a casa, è necessario prima lasciarla, vagare, perdersi per ritrovarsi, proprio come scrive la maestra zen Charlotte Joko Beck quando dice “Vagare nel deserto è la terra promessa”.
In generale l’archetipo del viaggio è legato alla crescita e alla conoscenza. Ci allontaniamo da mondi noti per esplorarne di nuovi. Per andare avanti è necessario abbandonare la terraferma e prendere il mare. Nel suo commento all’Odissea il maestro zen Norman Fisher, scrive: “Il mare è come la mia vita, come la vita di ognuno. (…) Forse crediamo che la nostra astuzia e le nostre capacità ci condurranno illesi al porto che abbiamo scelto. Certo, in qualche misura possiamo dominare il mare. Possiamo studiarlo e imparare a conoscere i modelli di comportamento delle sue onde e correnti. Possiamo imparare come timonare una nave. Possiamo diventare esperti navigatori. Ma se pensiamo di essere noi a dirigere, di essere noi a dettare in modo in cui le onde delle nostre vite andranno, ci stiamo sbagliando miseramente. Infatti, come ogni marinaio sa, gli elementi non possono essere controllati. Dovete cooperare con il mare arrendervi al suo movimento e riconoscergli tutto il dovuto rispetto. (…). Rispettare il mare e avere fiducia che potremmo accogliere le immense sconosciute correnti della vita piuttosto che resistere loro, anche quando sembrano portarci verso rive che non vogliamo visitare”.
Ecco che la meditazione diventa un allenamento continuo per navigare nel mare della vita e con fiducia, arrenderci alle correnti e così vincere. Questo viaggiare è necessario per tornare a casa con occhi nuovi come recitano i versi di T.S. Elliott:
“Non smetteremo di esplorare | E alla fine di tutte le nostre esplorazioni | Ritorneremo al punto di partenza | E conosceremo quel luogo per la prima volta”.
Tornare a casa meditando
Quando iniziamo a meditare conosciamo il respiro, il vagare della mente, l’irrequietezza del corpo. Piano piano scopriamo che proprio quel respiro, quel vagare e quell’irrequietezza sono il viaggio. Impariamo che non sono nemici da sconfiggere. Troviamo uno spazio più ampio in cui il respiro, il corpo, la mente possono semplicemente essere così come sono. Assaporiamo così brevi momenti di pace; come descrive Chandra Livia Candiani “Imparare a stare. Imparare a essere vasti e navigare ogni mare e scoprire tra onda e onda un porto. Provvisorio, rischioso, eppure proprio per questo affidabile, perché reale”.
Quindi meditiamo per scoprire questo spazio ampio e reale.
Se abbiamo sperato di trovare nella meditazione una strategia per allontanarci dalle preoccupazioni della vita, scopriamo invece che questa non fa altro che ricondurci a noi stessi, ritorniamo al corpo, al respiro così com’è, a questo momento così com’è, alla nostra vita così com’è. Ci mostra la realtà con onestà, senza veli e senza bisogno di credere che debba essere migliore di com’è per essere accettabile.
Come abbiamo visto, questa esplorazione non è sempre facile. Spesso, quando descrivo il percorso intensivo di mindfulness spiego che ci saranno dei momenti in cui ci sentiremo nudi in una stanza piena di specchi e saremo invitati a guardarci con gentilezza e curiosità.
La meditazione ci offre questo spazio di osservazione e comprensione, ci allena alla gentilezza e alla curiosità: prendere rifugio e trovare pace dentro di noi a prescindere di dove si trovi la nostra casa, imparare a trasformare l’incertezza in possibilità, nuotare con la corrente, tornare a casa.