Iniziare a meditare è bellissimo. Una scoperta continua: il nostro respiro, essere vivi; un ritrovare se stessi dopo essersi persi o dimenticati. Tutto così semplice eppure così radicale. Ci dedichiamo con entusiasmo, pratichiamo con entusiasmo, leggiamo libri, ci sembra di aver capito la strada da percorrere ed essere determinati nel non abbandonarla. E poi qualcosa cambia. La pratica perde la sua magia, ci sembra che non funzioni più, ci sembra di non migliorare, di non scoprire più nulla di nuovo. Allora iniziamo ad allentare, saltiamo la pratica, rimandiamo, perdiamo fiducia in noi stessi, nella pratica, nell’insegnante. Ecco che potremmo trovarci davanti quelli che il maestro zen americano descrive come “periodi di aridità”.
Periodi di aridità
Ezra Bayda distingue tra aridità a breve e lungo termine. Con l’aridità a breve termine scopriamo che la meditazione non ci offre la pace che speravamo. La calma di cui abbiamo fatto esperienza non ci basta più; oppure altri eventi stanno turbando la nostra vita e la meditazione sembra non stare più funzionando. Anche il maestro può perdere la sua aura di perfezione: scopriamo che il maestro che avevamo magari idealizzato non incarna più le qualità che cerchiamo nella meditazione. Questi momenti sono in realtà molto ricchi: diventiamo consapevoli delle aspettative che abbiamo — verso la pratica, verso l’insegnante, e anche verso noi stessi. Avevamo infatti creduto che se avessimo meditato abbastanza, allora saremo liberi da ansie e paure. Ma non è così semplice, vero? Questo è il momento in cui compare il dubbio, uno degli impedimenti classici della pratica. E spesso, proprio qui, molte persone abbandonano. Ma se riusciamo ad aspettare, a stare in questa ondata, possiamo iniziare a riconoscere che quel dubbio e quella resistenza sono forse gli stessi che applichiamo ad altri aspetti della vita. E così, se scegliamo di continuare, possiamo scoprire che anche in mezzo ai dubbi, l’aridità può essere piena di aspirazione.
A questo proposito Ezra Bayda cita Thomas Merton:“Il vero amore e la preghiera si imparano nel momento in cui la preghiera è diventata impossibile e il cuore si è tramutato in pietra.”. Sta parlando di arrendersi; arrendersi al disagio, all’insofferenza, alla frustrazione, al non sapere. E proprio lì, a volte, può emergere un rinnovamento.
L’aridità a lungo termine invece è più sottile. Può nascere quando ci sentiamo un po’ troppo a nostro agio, quando ci consideriamo “meditanti esperti”. Allora iniziamo a prendere posto nel nostro cuscino quasi per abitudine perdendo la curiosità e la meraviglia della ‘mente del principiante’. Usiamo la pratica come protezione, uno schermo dalla sofferenza. È ciò che viene definito “spiritual bypass”, quando cioè piuttosto che portare l’attenzione su quello che necessita la nostra attenzione stiamo evitando. In questi casi, può essere importante “lasciare la pratica come la conosciamo”. Bayda scrive: “Abbandonare la pratica come la conosciamo può significare avvicinarci al nostro limite, al disagio di ciò che non ci è familiare. Dobbiamo prendere atto di come cerchiamo disperatamente di evitare tutte le cose che, in fondo, sappiamo di dover affrontare. Una volta vista la nostra strategia — che si tratti di essere remissivi, di vincere o di nasconderci in un’immagine mentale di noi stessi — allora forse possiamo semplicemente constatarla.”
Normalizzare questi periodi
Tutte le pratiche, prima o poi, attraversano momenti di dubbio. Pensieri come “ma che cosa sto facendo? Sto perdendo tempo?” sono normali e attraverseranno qualsiasi praticanti. Ci sono tanti modi per affrontare questi modi.
Scrive Corrado Pensa: “A volte la nostra pratica, anche se regolare, può risultare un poco irrigidita e meccanica, soprattutto se siamo praticanti da molto tempo. Ci accorgiamo, insomma, di averla trasformata in un automatismo. Un po’ come dire che la pratica del risveglio è diventata sonnolenta. Può darsi che procediamo senza cuore, nel solco dell’abitudine. Ma la pratica abitudinaria è il contrario della pratica: la vera sfida è essere sempre freschi. Sta a ognuno di noi investigare la questione con gentilezza, evitando atteggiamenti giudicanti e colpevolizzanti. Tutto ciò va visto e rivisto, e la motivazione va ogni volta rinnovata.”
Trovo sempre utile fermarsi e domarsi perchè meditiamo. A volte la motivazione iniziale si è trasformata. Quello che ci ha spinto inizialmente a intraprendere il cammino è oltrepassato. Ma la vita è un continuo fluire di eventi, sfide, relazioni e la meditazione può semplicemente essere una via per vivere una vita autentica.
L’amore per la pratica è amore di autenticità. Scrive Suzuki Roshi: “La pratica non è difficile perché è difficile stare seduti correttamente, o perché si tratta di raggiungere l’illuminazione. La difficoltà è mantenere la pratica pura.”
Allora possiamo domandarci: cosa vuol dire “mantenere la pratica pura”?
Non preoccupiamoci di avere una risposta chiara. A volte stare con la domanda è esattamente quello che ci occorre per continuare a prendere posto.