Meditazione guidata o silenziosa?


In questi giorni mi sono trovata a registrare nuove tracce per un corso.

E mente perdevo tanto tempo nel pulirle da rumori e riverberi per renderle quanto più possibile neutre, sorridevo pensando che mi auguro sempre che i praticanti le abbandonino.


Le tracce guidate sono utilissime per iniziare a praticare. Fanno parte di un vero e proprio addestramento. Alcune parole che ho ascoltato da alcuni maestri sono presenti nelle mie meditazioni.

"Everything belongs to this moment", ogni cosa fa parte di questo momento, oppure il famoso "grasp nothing, resist nothing" non afferrare nulla e non fare resistenza a nulla, del celebre maestro della foresta Ajahan Chah. Ma tolte quelle frasi che risuonano nel nostro cuore, a volte le meditazioni guidate rischiano di diventare un una vera e propria stampella soprattutto quando ci sembra di non potere praticare senza.


Cosa cerchiamo? Una voce che ci riporti al momento presente? Qualcuno che ci ricordi di sentire il nostro respiro? Una suggestione che ci inviti a visualizzare una montagna?

Se all'inizio credo possa essere un gentile modo di riacccompagnarci al momento presente e magari riconoscere la voce familiare del percorso di meditazione che stiamo seguendo, la traccia può finire per creare una certa dipendenza.


In altri casi infatti la meditazione guidata diventa un intrattenimento.

Questo soprattutto quando iniziamo a annoiarci con le tracce che conosciamo e crediamo che una nuova voce risveglierà la nostra pratica. Ma il tema della nostra meditazione è forse la voce, la guida, la traccia? Possiamo domandarci quanto presenti durante la meditazione, quanto aperti a accogliere quello che arriverà e quanto invece siamo persi nell'ascoltare la voce anticipando le parole, o commentando il tono di voce.


“Don’t let Hafiz fool you. There’s a ruby buried here” recita una poesia di Hafiz.

Il mio insegnante lo ripete sempre. Non lasciarti ingannare da Hafiz (da questo o quell’insegnante). Non mistifichiamo questo o quell'insegnante. Il vero tesoro che tanto desideriamo è sepolto dentro di noi. A volte, il modo migliore per contattarlo è nel silenzio.


Mentre trovo legittimo esplorare nuovi insegnanti che possano offrirci stimoli per scoprire qualcosa di nuovo, possiamo notare se piuttosto stiamo cercando qualcosa di più simile a un intrattenimento. Di recente a una lezione offerta da Jon Kabat-Zinn agli insegnati, diceva che potremmo leggere e rileggere lo stesso libro di meditazione per tutta la vita e sarebbe più che abbastanza. Interessante da sentire mentre ci riempiamo la libreria di nuovi testi e il telefono di nuove app e meditazioni.


Infine, mi preoccupa che le meditazioni guidate, stiano contribuendo a creare una certa confusione su cos’è la meditazione. Sembra che scaricando una certa app, o collegandosi a questa o quella traccia stiamo meditando. Rischiamo di perderci quello che la meditazione è davvero. Rischiamo di dimenticare il perchè abbiamo iniziato a meditare: fare uno po' di spazio e questo può essere scoperto solo nel silenzio del proprio cuore, nella confusione della propria mente e nei disordini della propria vita.


La meditazione viene spesso paragonata all'accordare uno strumento. Per accordarlo ci vuole silenzio, pazienza, fiducia. C’è un espressione inglese che dice “let the silent do the heavy lifting”, lascia che il silenzio sollevi le cose pesanti, che sono un po’ le cose profonde, le cose importanti.


Chiudo con i versi di un poeta italiano Franco Arminio.

Punta sulle nuvole

sugli alberi e su altre cose mute,

non tue, non vicine,

non addestrate a compiacerti,

punta sulla luce, cercala sempre,

infine punta sulla tua follia,

se ce l’hai, se non te l’hanno rubata

da piccolo."


A volte il silenzio della meditazione serve anche a recuperare quella follia. Che poi forse possiamo chiamarla libertà.

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