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La non-ritualità della meditazione

Ancora una volta prendiamo posto”. Mi capita spesso di iniziare così la pratica con il gruppo di meditazione. 

Ancora una volta”. C’è qualcosa di rituale nella meditazione, in questo ritrovarsi e ripetersi di pratica giorno dopo giorno.

 

Repetitio est mater studiorum dicevano i latini che vedevano nella ripetizione la strada per l’apprendimento. E a volte proprio nella ripetizione che la meditazione svela i suoi doni più grandi.

 

Dobbiamo però fare attenzione a non fare diventare anche la meditazione un altro automatismo, un’altra cosa “da fare” per sentirci più buoni, più calmi, più saggi. 

La pratica della meditazione è considerata un modo valido per passare dalla confusione alla chiarezza, ma la mente è troppo incline ad attaccarsi alla meditazione, a ritualizzarla e farne un sistema di fede, col risultato di creare una schiavitù dalla pratica che aveva proprio la funzione di liberare dalla schiavitù”.

Così scrive l’insegnante Christina Feldman in un suo saggio che parla dell’attaccamento e del rischio di trasformare la meditazione in un rituale, in un’altra forma di attaccamento e del rischio di lasciarci affascinare più dalla forma che dalla sostanza della meditazione. Così facendo banalizziamo la meditazione facendola diventare una specie di esercizio. Eppure la meditazione è molto più di questo.  A questo proposito, osservando il crescente interesse per la meditazione, lo yoga, la mindfulness e altri percorsi di consapevolezza, possiamo domandarci se siamo più affascinati dalla forma di questo mondo che promette una vita saggia e calma piuttosto che dall’apertura verso la vita così com’è.

 

La meditazione non è staccata dalla vita, anzi, è una modalità per amplificarla, per osservarla con maggiore chiarezza. Il rischio di trasformarla in qualcosa di straordinario e lontano dalla realtà, è grande. 

 

Durante la pausa estiva in cui i ritmi di casa sono stati stravolti, ho trovato a volte difficile prendere posto nel mio solito angolo per la mia pratica. Ho cercato comunque di portare un senso di presenza nel mio stare in famiglia, nella natura che mi circondava rendendo le mie camminate sinceramente una pratica di presenza. Parlando di meditazione camminata mi viene in mente un bellissimo brano di Chandra Livia Candiani che allo stesso modo parla del rischio di trasformare questa antica pratica in qualcosa si monotono e automatico: “Certe volte la lentezza aiuta a contrastare la mente che corre troppo. Altre volte il passo lento può diventare ipnotico, una ninnananna che crea automatismo, e il passo va risvegliato”.

...e il passo va risvegliato“. E’ un po’ questo il senso della pratica. Essere risvegliati, essere svegli a ciò che accade dentro e intorno a noi. 

 

La parola in lingua pali per meditazione è  bhavana e il significato è in realtà coltivare. In questo senso la meditazione è qualcosa che richiede cura, costanza e soprattutto pazienza. Di recente ho scoperto una bellissima analogia che racconta il senso del coltivare. Il meditante è un po' come quel contadino che conosce l'urgenza e l'importanza di certi compiti: arare, seminare, raccogliere e così via. Eppure il contadino non ha controllo su tutto e non sa quando il seme darà i suoi frutti. Ma la gioia consiste proprio in questo coltivare, giorno dopo giorno trovando in quei gesti il senso pratica e in realtà della stessa vita.

 

Dico spesso che la pratica formale e informale sono indissolubilmente legate. Più prendiamo posto nel nostro cuscino di meditazione, più frequenti saranno i momenti di consapevolezza e più facilmente sarà trasformata in un vero e proprio atteggiamento verso la vita. In questo senso, se nel prendere posto può esserci una qualche ritualità, l’essere svegli è qualcosa di unico e irripetibile e va coltivato momento dopo momento.

 

 

Bibliografia

Vedere, Christina Feldman Ubaldini Editore
Il silenzio è cosa viva, Chandra Livia Candiani, Einaudi Editore

 

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