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Lo spazio della meditazione

Praticare mindfulness, praticare meditazione, richiede fare un po’ di spazio sia in senso metaforico che pratico. 

Molti raccontano di avere iniziato a meditare per il bisogno di uno spazio per se stessi. Il più difficile da prendersi.

Iscriversi a un percorso di meditazione risponde già a questo bisogno. Eppure in molti condividono che una delle difficoltà più grandi è proprio creare uno spazio nella propria giornata, uno spazio dalla nostra famiglia, dal lavoro, uno spazio nella nostra vita. 

 

Lo spazio della nostra vita

Iniziare a meditare diventare un’occasione per osservare la nostra intera vita da una certa distanza. Arriviamo pieni di definizioni di chi siamo, di quello che abbiamo realizzato, etichette che ci difiniscono. Per questo non è facile lasciare andare il modo abituale di conoscere noi stessi e quelle definizioni fisse in cui ci racchiudiamo. La pratica della consapevolezza ci offre un’occasione per metterci in discussione e osservare come ci muoviamo nello spazio della nostra zona di comfort, nelle sfide della nostra vita e anche nei momenti dolorosi che abbiamo vissuto o che stiamo vivendo. A volte scopriamo che, quanto più grande è la lentezza con cui incontriamo le nostre giornate, quanto più ampia diventa la spaziosità e nell’apparente immobilità di alcuni momenti della vita, si aprono gli spazi e le intuizioni più importanti. 

 

Non è semplice osservare lo spazio della nostra vita con occhi freschi, con quella lucidità che toglie potere alle vecchie storie che ci siamo raccontati per anni. A volte scopriamo che la “mappa non è il territorio” e che tante certezze che credevamo scritte sulla pietra, non son poi così certe. Saki Santorelli cita spesso quel passo di Moby Dick di Melville “Non è segnata su nessuna carta: i luoghi veri non lo sono mai”.

 

Lo spazio del momento presente

Forse la più grande scoperta per chi inizia a praticare la meditazione di consapevolezza è proprio lo spazio del momento presente.

Il famoso qui e ora non è più solo un'interessante teoria filosofica. Improvvisamente ci ritroviamo a assaporarlo davvero. 

Non sempre lo riconosciamo nel cuore di una meditazione o nel silenzio della natura. La presenza mentale si insinua nella nostra vita come una vera e propria àncora che ci invita a domandarci nel caos delle nostre giornate: cosa sta veramente succedendo? 

Una scoperta racchiusa nella celebre la frase di Viktor Frankl “Tra lo stimolo e la risposta c’è uno spazio; in questo spazio risiede il potere di scegliere la nostra risposta. In quella risposta c'è la nostra crescita e la nostra libertà”.

Ecco la nostra pratica di consapevolezza; quello spazio tra i tanti stimoli della giornata diventa un’occasione per scegliere la nostra risposta. In quel brevissimo spazio, scopriamo di avere una scelta. Questa è l’ultima e la più grande delle libertà.

 

Fare spazio 

Scopriamo quasi subito che per fare spazio, dobbiamo lasciare andare qualcosa.

C’è una storiella zen molto nota che racconta della necessità di lasciare andare qualcosa per fare spazio a altro. 

La storia racconta di un professore che desiderava conoscere lo zen, magari trovare l’illuminazione. Per questo si reca da un maestro che lo fa accomodare a casa e gli serve un tè. Nel versare la bevanda riempie la tazza a e la porge al suo ospite, ma il professore rifiuta con forza: non ha tempo per il tè, è troppo assetato di conoscenza. Allora il maestro riprende a versare il tè nella tazza già piena. Il professore guarda perplesso la tazza traboccare fino a quando concitato protesta: "E' troppo piena. Non c'è più spazio".

Il maestro risponde che come questa tazza anche il professore è pieno di opinioni e convinzioni. Per fare spazio a qualcosa di nuovo, è necessario lasciare andare altro. 

 

Forse possiamo domandarci a cosa desideriamo fare spazio nella nostra vita e quindi cosa lasciare andare. Forse ci accorgiamo che ci sono degli aspetti di noi che stanno già svanendo. Altri che fatichiamo a lasciare andare. E’ una pratica di tutta una vita. Vi lascio con una poesia che ho scoperto da poco che racconta proprio di questa possibilità di lasciare andare, abbattere una parte di noi per fare spazio al gioiello nascosto dentro di noi. La poesia Il Piccone è un commento a un altro brano noto nella tradizione sufi  “Ero un tesoro nascosto e desideravo essere conosciuto”, un brano che racconta del tesoro nascono dentro ognuno di noi e del desiderio di essere conosciuti; per farlo è a volte necessario abbattere alcune parti di noi.

 

Abbatti questa casa. 

Centomila nuove case possono essere costruite 

con la corniola gialla e trasparente

che è sepolta sotto di essa, e l’unico modo per arrivarci

è fare questo lavoro di demolizione 

e poi scavare sotto le fondamenta. 

 

Con questo valore nelle mani, tutte le nuove costruzioni 

saranno compiute senza sforzo. E comunque, prima o poi 

questa casa crollerà per conto suo. 

 

Lo scrigno di gioielli sarà rivelato, 

ma allora non sarà tuo. 

Il tesoro sepolto è la tua ricompensa 

per aver compiuto il lavoro di demolizione,

fatto con pala e piccone. 

 

Se semplicemente attendi che accada, 

ti morderai le mani e dirai:

“Non ho fatto come sapevo che avrei dovuto.” 

 

Questa è una casa in affitto. 

Non ne sei il proprietario.

Ti è stata data in uso, e hai allestito 

un piccolo negozio, con cui riesci a malapena a sopravvivere cucendo toppe su vestiti logori. 

Eppure appena qualche metro sotto di te

ci sono due vene di pura corniola, rossa e color oro acceso.

 

Presto! Prendi il piccone e demolisci le fondamenta.

Devi lasciar perdere questo lavoro da rammendatrice.

Chiedi cosa significa fare rattoppi? 

Mangiare e bere. Il pesante mantello 

del corpo si logora continuamente. 

 

Lo rattoppi con il cibo

e altre irrequiete soddisfazioni dell’ego. 

 

Alza una trave dal pavimento 

e guarda dentro la cantina. 

Vedrai due luccichii nella sporcizia.

 

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