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La gentilezza, quella vera.

Si sente tanto parlare di gentilezza: gentilezza mancata, gentilezza cercata. Si nomina la gentilezza parlando di meditazione facendo riferimento a un atteggiamento da coltivare. Ma cosa vuol dire gentilezza? E' un tema vasto, tra i più grandi e centrali nell'esperienza della presenza mentale. Eppure trovo che la parola racchiuda una serie di significati e aspettative che conducono al fraintendimento, o per lo meno è stato così per me. 

 

qualcosaPer tanto tempo ho associato la parola gentilezza a un desiderio, un tentativo di ammorbidire alcuni atteggiamenti o comportamenti. Per esempio la possibilità di non arrabbiarmi troppo se non riuscivo a fare qualcosa, un volere pretendere meno da me stessa, a essere meno severa con me e con gli altri. Una specie di auto-indulgenza verso determinate emozioni. In un certo senso, un sottile tentativo di trasformare un’emozione “negativa” in qualcosa di più piacevole. Come se mi dicessi "cara, non sentire quello che senti; prova a essere più gentile".

 

Dunque una sorta di ammonimento, un'esortazione a modificare il mio comportamento, addirittura il mio sentire. 

E così piano piano, un po' alla volta creando o rafforzando un'ideale di come dovrei essere o sentire. 

 

La gentilezza non ci invita a trasformare un'esperienza etichettata come "negativa" in qualcosa di positivo, piuttosto ci invita a notare cosa c'è senza aggrapparci e senza respingere quell'esperienza. Mi viene in mente un profondo insegnamento di Pema Chodron che descrive questa modalità come una sottile aggressione verso noi stessi. 

 

"Quando la gente comincia a meditare o lavorare con qualche tipo di disciplina spirituale, spesso pensa che in qualche modo migliorerà, la qual cosa è una sorta di aggressione sottile contro ciò che realmente è. È un po’ come dire: «Se facessi un po’ di moto, sarei una persona migliore»; «Se solo potessi avere una casa più bella, sarei una persona migliore»; «Se meditassi e mi dessi una calmata, sarei una persona migliore». Ma la benevolenza verso noi stessi non significa eliminare qualcosa. Maitri significa che possiamo ancora essere fuori di testa dopo tutti questi anni; che possiamo ancora essere arrabbiati dopo tutti questi anni; che possiamo ancora essere timidi, o gelosi o privi di sentimenti di autostima. Il punto non è cercare di buttarsi via e trasformarsi in qualcosa di meglio. È farsi amici di ciò che siamo. Il terreno della pratica siete voi o io o chiunque sia, adesso, così come siamo. Questo è il campo, questo è ciò che studiamo, questo è ciò che veniamo a conoscere, con un interesse e una curiosità formidabili".

 

Nella pratica della meditazione di consapevolezza stiamo con quello che c'è. Quello che arriva lo accogliamo così com’è. 

Meditare ci aiuta a riconoscere, ricordare o anche conoscere per la prima volta la nostra vera natura, senza sconti.  Mettere da parte o volere trasformare alcune parti di noi, significherebbe rinnegare alcune parti di noi, spesso proprio quelle che richiedono maggiore attenzione e cura. La pratica non è trasformare la rabbia o la noia, o chissà quale altra sensazione in qualcosa di gentile; piuttosto farne esperienza diretta, incontrare quella parte di noi e accudirla come una parte di noi, metterle una copertina sulle spalle e prendercene cura come faremmo con un bambino che ha bisogno delle nostre attenzioni e rassicurazioni. Quelle emozioni, pensieri o sensazioni che ci appaiono come “ostacoli” sono piuttosto una parte di noi, un'altra parte che descrive la nostra vera natura.

 

“Abbiamo bisogno di vedere e sperimentare la profondità della nostra mancanza di gentilezza perché si manifesti la naturale gentilezza umana che è in noi. (...) Entrare in contatto con il nostro essere naturale (cosa che in definitiva tutti vogliamo) non ci chiede di soffocare il nostro comportamento e di sostituirlo con una versione nuova e migliore di noi stessi. Abbiamo solo bisogno di considerare con consapevolezza, di vedere e sperimentare tutti gli stati di rabbia e di paura che si trovano sotto la mancanza di gentilezza. Vedere e sperimentare permette a questi strati di guarire e trasformarsi da soli. ” Ezra Bayda

 

C'è una poesia che racconta la possibilità di accoglierci così come siamo senza bisogno di essere più buoni, più santi, più saggi. Una poesia che ci ricorda che proprio usando questa gentilezza possiamo trovare "il tuo posto nella famiglia delle cose". Ecco Oche Selvatiche di Mary Oliver. Buona lettura e buona pratica!

 

Non devi essere buono. 

Non devi camminare sulle ginocchia 

per cento miglia nel deserto in penitenza. 

Devi solo lasciar che il dolce animale del tuo corpo ami ciò che ama. 

Raccontami della disperazione, la tua, ed io ti racconterò la mia. 

Intanto il mondo va avanti. 

Intanto il sole e i chiari cristalli di pioggia 

si stan muovendo pei paesaggi, su praterie e profondi alberi, 

su montagne e fiumi. 

Intanto le oche selvagge, alte nel puro aere blu, 

son di nuovo sulla rotta verso casa. 

Chiunque tu sia, non importa quanto solo, 

il mondo offre se stesso alla tua immaginazione, 

come le oche selvatiche ti chiama, aspro ed eccitante - 

annunciando ancora e ancora il tuo posto 

nella famiglia delle cose.

 

 

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