© 2018 by Itaca Mindfulness | Via Coletti 2, Treviso 31100 | info@itacamindfulness.com 

  • Black Icon LinkedIn
  • Black Facebook Icon
  • Black Instagram Icon

I colpevoli della nostra vita

Di recente ho incontrato un'amica che da poco ha chiuso il suo matrimonio e ha trovato un nuovo amore. L'ex compagno la accusa delle colpe più gravi generando un ciclo di grande amarezza. Questo episodio così triste ma così frequente mi ha fatto riflettere. 

Queste cose succedono e portano sempre una certa dose di sofferenza per tante persone coinvolte.

E allora cerchiamo un colpevole. A volte ci sentiamo noi colpevoli. Elenchiamo tutto quello che avremmo potuto fare diversamente oppure cerchiamo le responsabilità dell’altro. E’ così diffuso cercare un colpevole, un responsabile della nostra sofferenza. 

Mi interrogo su chi sono stati i colpevoli della mia vita. Forse qualche collega che non si è comportato come avrei voluto, un amico o un'amica da cui non mi sono sentita capita, il datore di lavoro, la vita che non mi ha dato figli e chissà quanti altri. Che fatica anche solo trovarli e elencarli. Mentre lo faccio sento già il mio corpo irrigidirsi.

 

Siamo tutti cresciuti con favole in cui il lieto fine arrivava dopo l’identificazione di un colpevole, il cattivo, l’antagonista delle fiabe che va sconfitto. Utile probabilmente quando eravamo bambini. Ma quanto ci portiamo dietro questo retaggio di giusto/sbagliato, colpevole/innocente?

 

Oggi mi chiedo: come sarebbe il mondo senza colpevoli? 

Come sarebbe se semplicemente in un grande progetto di fiducia universale ci fidassimo e affidassimo al fatto che certe cose accadono e basta? Non vuole essere una leggerezza e neanche una forma di buonismo. Cosa potrebbe succedere se ci aprissimo alla possibilità che a volte, in alcune circostanze, nonostante i nostri sforzi, e nonostante le buone intenzioni dell’altro, succede anche l’imprevisto? Tra l’altro, quante volte siamo proprio noi la causa di questo imprevisto?

 

Quando mia mamma era bambina frequentava una scuola che, a seconda se eri stato buono o cattivo, ti faceva indossare un nastro di colore diverso. Ecco fatto! Pratico e veloce. Così da distinguere velocemente buoni e cattivi, colpevoli e innocenti. 

(Non entro neanche nel merito delle etichette e sovrastrutture che ci vengono date fin da bambini e che poi ci trasciniamo tutta la vita).

Eppure è un po’ più complicato di così e molto spesso un’azione fatta con le migliori intenzioni finisce per avere un effetto negativo su qualcunaltro  prescindere dalla nostra volontà. E allora in quel caso, dove ci piazziamo? Che nastro indossiamo?

Mi viene in mente una frase di Henry Wadsworth Longfellow che dice “Se potessimo leggere la storia segreta dei nostri nemici, troveremmo nella vita di ciascuno abbastanza dolore e sofferenza da disarmare la nostra ostilità”.

 

Credo che l’urgenza di trovare un colpevole sia da attribuire al senso di impotenza che proviamo davanti agli eventi della vita. Penso a quando ci sono dei disastri naturali come i terremoti. Dopo neanche 24 ore è già partita una denuncia di omicidio colposo contro ignoti.

Facciamo la stessa cosa anche noi. Un evento imprevisto arriva e anche noi, facciamo partire una denuncia contro noti o ignoti. 

Un matrimonio che fallisce deve avere avuto delle avvisaglie. Quando perdiamo il lavoro, sicuramente ci saremo accorti che qualcosa non andava. Se una malattia arriva ci domandiamo se la persona aveva una vita ordinata e regolare. 

C’è la legittima aspettativa che le cose sarebbero dovute andare diversamente. Soprattutto la difficoltà a ammettere che siamo indifesi e vulnerabili e che a prescindere da tutto il nostro controllo, la vita ha il suo corso.  

 

Un’ultima riflessione. Mentre cerchiamo i colpevoli della nostra vita, spesso dimentichiamo di prenderci cura della sofferenza che stiamo provando. Mi viene in mente la famosa storia delle due frecce che racconta di quando una freccia ci colpisce. La prima reazione è quella di cercare il colpevole, poi commentare “perchè proprio a me, sempre a me etc”, poi continuare “ma come mai proprio ora? da dove arriva? che modello di freccia è…”. Così facendo oltre il dolore della prima freccia c’è quello di una seconda freccia che abbiamo generato noi. 

Soprattutto non abbiamo fatto la cosa più logica: tirare fuori la freccia e prenderci cura della nostra ferita. Mentre sulla prima freccia non abbiamo alcun controllo, sulla seconda freccia possiamo fare qualcosa. 

 

Con la Mindfulness, con la pratica della consapevolezza, iniziamo a distinguere gli eventi così come sono. Iniziamo a vedere la prima freccia e anche la seconda. Riconosciamo la nostra legittima e naturale tendenza a volere le cose diversamente. Incontriamo la nostra vulnerabilità senza esserne travolti. Soprattutto, iniziamo a prenderci cura di quello che c’è. Magari contemplando la possibilità che non c’è poi un vero e proprio colpevole.

 

Se qualcuno arriva e spara una freccia nel tuo cuore, è inutile stare lì e urlare alla persona. Sarebbe molto meglio portare l’attenzione sul fatto che c'è una freccia nel tuo cuore “. Pema Chodron

 

Please reload

Post Consigliati

Please reload

Continua a leggere il blog. Iscriviti alla Newsletter.