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Non tutto è perduto: il nostro mondo condiviso

 Girovagando per il Terminal dell'Aeroporto di Albuquerque, dopo aver appreso che il mio volo era stato ritardato di  quattro ore, udii un annuncio: "Se qualcuno nelle vicinanze dell’uscita N. 4 parla arabo, qualsiasi arabo, per favore, si presenti immediatamente.”

Bene - una pausa di questi tempi. L’uscita 4A era la mia. Sono andata. Una donna anziana in vestito tradizionale palestinese, proprio come quelli che indossava mia nonna, era accasciata sul pavimento, urlava rumorosamente. 

"Mi aiuti - ha detto l’assistente del servizio aereo - Le parli".

Qual è il problema?

"Le abbiamo detto che il volo sarebbe arrivato in ritardo e lei ha iniziato a fare così"

Mi chinai per abbracciare la donna e le parlai con fermezza.

"Shu dow-a, Shu-bid-uck Habibti? Stani schway, Min fadlick, Shu-bit-se-wee? "

Nel momento stesso in cui udì qualche parola che lei conosceva, per quanto mal usata, smise di piangere. Pensava che il volo fosse stato cancellato del tutto. Doveva essere a El Paso per un trattamento medico importante il giorno dopo. 

Le ho detto, “Va tutto bene, c’arriverai, chi verrà a prenderti? Chiamiamolo”.

Abbiamo chiamato suo figlio e ho parlato con lui in inglese. Gli ho detto che sarei rimasta con sua madre finché non saremmo salite sull'aereo e avremmo viaggiato vicine, verso sudovest.

Lei ha parlato con lui. Poi abbiamo chiamato i suoi altri figli solo per divertimento. Poi abbiamo chiamato mio padre e lui e lei hanno parlato per un po’ in arabo e hanno scoperto che naturalmente avevano dieci amici comuni. Allora ho pensato solo per il gusto di farlo, perché non chiamare alcuni poeti palestinesi che conosco e lasciarli chiacchierare con lei? Tutto ciò ha richiesto circa due ore.

A quel punto rideva molto. Raccontava la sua vita, mi accarezzava il ginocchio, rispondeva a domande. Aveva tirato fuori dalla borsa un sacchetto di biscotti fatti in casa - piccoli cumuli di zucchero a velo farciti con datteri e noci - li stava offrendo a tutte le donne.

Con mio grande stupore, neanche una donna ha declinato. Era come un sacramento. La viaggiatrice dall'Argentina, la mamma della California, la bella donna di Laredo, eravamo tutti ricoperti dallo stesso zucchero a velo. E sorridevamo. Non esiste un biscotto più buono. E poi la compagnia aerea ha offerto del succo di mela su enormi termos e due bambine del nostro volo sono corse intorno per servirci e anche loro erano ricoperti di zucchero a velo. 

E notai che la mia nuova migliore amica- ormai ci tenevamo per mano - aveva una pianta in vaso che spuntava dalla sua borsa, una pianta medicinale, con foglie verdi e pelose. Una tradizione di viaggio di un vecchio paese. Porta sempre una pianta. Resta sempre connesso a qualcosa. E ho guardato intorno a quel gruppo di persone stanche e ho pensato, questo è il mondo in cui voglio vivere. Un mondo condiviso. Non una sola persona - una volta interrotto il pianto della confusione - sembrava in apprensione per un'altra. Hanno preso i biscotti. Volevo abbracciare anche tutte quelle altre donne. Tutto questo può ancora succedere ovunque. Non tutto è perduto.

                                                                                                                                                                                                         Naomi Shihab Nye

 

 

Ecco un brano dell'incredibile Naomi Shihab Nye. Il titolo originale è "Gate 4-A" e cioè "Uscita 4-A". La traduzione è la mia e per questo chiedo scusa per eventuali imperfezioni. Per chi non conosce l'autrice, si tratta di una poetessa e scrittrice americana, figlia di un rifugiato palestinese, che ha dedicato gran parte del suo lavoro al confronto tra diverse culture. I suoi scritti sono influenzati dagli anni vissuti a Gerusalemme e dal suo Texas al confine con un Messico così vicino e così difficile. La sua poesia Gentilezza, mi ha aiutato a traghettare un periodo difficile della mia vita. Parole semplici che conducono verso territori sconfinati.

Come il brano sopra, una semplice scenetta in in aeroporto con un volo in ritardo. Quante volte sarà successo anche a noi di trovarci inaspettatamente bloccati da un evento che non dipende da noi. Abbiamo approfittato della pausa inaspettata o abbiamo provato insofferenza? Soprattutto, mi fa riflettere su quanto frequentemente nelle nostre giornate capita di diventare parte di piccole comunità. I colleghi in ufficio, le persone che incontriamo ogni giorno alla stessa ora nel tragitto al lavoro, la fila al supermercato, alla posta, in banca, nella sala d'aspetto del medico. La nostra vita per pochi minuti o per molte ore si incontra con quella di altri esseri umani, perfetti sconosciuti che come noi hanno sogni, paure e desiderano arrivare alla fine della giornata in pace. Eppure probabilmente neanche ci facciamo caso. Se solo ci concedessimo di tirare su lo sguardo, far cadere i muri di paura, diffidenza, impazienza. Magari scambiassimo un sorriso consapevoli di vivere in un mondo condiviso. Magari superando i primi momenti di disagio, lasciando andare tutte quelle storie che ci raccontiamo su come siamo, come sono gli altri. Non serve abbandonarle, solo abbassiamo il volume e usciamo dalla nostra zona di comfort. Chiudiamo il libro, spegniamo il cellulare e regaliamo sguardi e sorrisi alle persone intorno a noi. Io ci provo. Non sempre ci riesco; ma ci provo alla cassa del supermercato quando guardo negli occhi la persona che ha per un momento tenuto in mano la frutta che sarà a breve nella mia cucina. Ci provo al bar quando il cameriere mi serve il caffè. Non è sempre facile; a volte mi dimentico, a volte vado di fretta o sono sovrapensiero o la persona che ho incontrato non è stata particolarmente gentile, a volte la diffidenza arriva. Ma se dovesse essere per caso l'ultima conversazione, l'ultimo contatto umano, non vorrei mai che fosse casuale, veloce o sgarbato. Lo vorrei intenzionale e semplicemente umano.

 

"Tutto questo può ancora succedere ovunque. Non tutto è perduto". Quanta speranza in una scenetta così semplice. 

Chissà se nelle prossime settimane vi troverete in aeroporto. Se invece resterete in città, magari vi troverete a vivere la stessa scena alla fermata dell'autobus o sul vagone di un treno. In definitiva si tratta di entrare in contatto con altri esseri umani. Mettendo da parte l'impazienza per un ritardo non previsto; la diffidenza per il prossimo, l'automatismo che guida molte nostre azioni, l'indifferenza verso la vita che ci passa davanti. Ecco potrebbe succedere ovunque e a chiunque. Se solo ci concedessimo di lasciare andare la paura, l'impazienza e prestiamo attenzione momento dopo momento. 

Per chi desidera sentire la versione originale dalla voce dell'autrice, ecco il video!

 

 

 

è perduto.

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