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Contentezza: una strada per la felicità?

 

Oggi parliamo di felicità. Chiaramente con nessuna pretesa di essere né esaustiva né di fornire ricette e formule per il raggiungimento. Si tratta di un argomento tanto antico quanto irrisolto. I più grandi filosofi di sempre si interrogavano su questo tema e oggi abbiamo tante informazioni in più dalla scienze, tante nozioni dalla psicologia positivista, tanta ispirazione dai Ted Talk eccetera eccetera. I libri e gli articoli che parlano di felicità sono direttamente proporzionali ai livelli di ansia, paura e infelicità  in crescita nel nostro pianeta.

 

Parlando di mindfulness, la felicità non è proprio un tema esplicito. Per chi inizia a pratica mindfulness, la gioia emerge in modo spontaneo insieme a altri sentimenti come la gratitudine. Succede quasi subito: c’è chi si accorge del miracolo del respiro, chi si accorge del miracolo del nostro corpo, il corpo magari provato dalla vita, un corpo che ha comunque mantenuto la sua interezza.

In questo semplice prestare attenzione si racchiude il vero miracolo. Accorgersi è il contrario di dare per scontato ed è quello che spesso involontariamente facciamo. E attraverso la mindfulness non facciamo altro che prestare attenzione.

 

Mi viene in mente quell’haiku che recita “L’ho visto scendendo quel fiore che non avevo visto salendo”. E’ proprio quello che accade quando iniziamo a praticare e a prestare attenzione: improvvisamente un fiore, quel fiore che è sempre stato lì si manifesta alla nostra attenzione e questo diventa oggetto di meraviglia e di gioia. Il miracolo per il fiore, per essercene accorti. Come un improvviso risvegliarci alla vita, a quella vita che è sempre stata lì. E tutto questo crea contentezza, a volte anche una certa euforia.

 

Torniamo per un secondo a quel “dare per scontato”. E’ questo uno dei primi ostacoli alla possibilità di essere felici. L’aspettativa che tutti dobbiamo essere felici e la conseguente affermazione che non è accettabile convivere con eventi infelici. Con la mindfulness impariamo a dare dignità anche a questo spazio spiacevole.

 

Una persona a me molto vicina, alla domanda “come stai? sei felice?”, risponde sempre “sto medio”. Ricordo che in passato questa risposta mi innervosiva moltissimo. Forse la mia sicilianità concepiva solo i grandi slanci: grande gioia o grande disperazione. Ma è anche quello che letteratura, cinematografia, pubblicità, social ci trasmettono. Oggi invece riconosco in quella risposta, il grande dono della contentezza, una parola che racchiude il contenimento, l'accontentarsi delle cose così come sono. Mi fa pensare la famosa via di mezzo. In questo spazio neutrale, in questa contentezza a mio avviso risiede il segreto per la felicità. Quel senso di appagamento per le cose così come sono. Per chi pratica mindfulness, quello spazio che riconosciamo né piacevole, né spiacevole; semplicemente neutro. E cioè al 90% della nostra vita che spesso passa inosservata, proprio per il fatto di non contenere nè grande gioia né grande disperazione.

 

Un altro ostacolo è quello del continuo anelito verso una vita che non c’è. Una vita di tanti “se solo…” se solo mio marito fosse più gentile, se solo il lavoro fosse meno stressante, se solo avessi qualche soldo in più. Siamo così proiettati in come dovrebbe andare la nostra vita che non ci accorgiamo di come si sta svolgendo. Come dice Charlotte Joko Beck, “rinunciamo alla vita per non voler rinunciare al sogno” e mi piace oggi parafrasare, rinunciamo alla felicità per non volere rinunciare a come crediamo dovrebbe essere la nostra felicità. 

E come dovrebbe essere? Chiedo a voi: cosa vi rendeva felici a vent’anni e cosa vi rende felici oggi? Probabilmente le risposte sono diverse e sono cambiate moltissimo negli anni. Ciò che ci rendeva felice vent'anni fa non è quello che ci rende felice oggi. 

 

In generale tutti concorderemo che la felicità c’è quando abbiamo quello che vogliamo. Quindi, mi domando se tutte le volte che non abbiamo quello che vogliamo siamo infelici? Ricordate quella canzone dei Rolling Stones che dice “You can’t always get what you want…”. Voi avete avuto quello che volevate dalla vita? E’ una constatazione di fatto che attribuiamo a un fattore esterno la nostra felicità, che siano i figli, i soldi il lavoro. Eppure, molti studi mostrato che le circostanze esterne hanno un’influenza bassissima sulla nostra felicità. Ma non è questo il punto oggi. La domanda è, possiamo essere felici semplicemente con la nostra vita così com’è, non come la vorremmo? Riusciamo a essere veramente presenti alla nostra vita e in questa presenza a trovare un senso di felicità anche quando le cose non vanno come vorremmo? Possiamo “goderci il viaggio” senza l’aspettativa di arrivare da qualche parte. Possiamo “abitare il nostro vissuto” senza troppo preoccuparci di dove ci porterà e comunque trovare in questo contentezza?

 

Mi viene in mente la storiella della donna che corre rincorsa da delle tigri. Arriva su un precipizio e per sfuggire alle tigri si appende a delle viti che sono lì piantate. Mentre si sporge, si accorge che anche giù dal precipizio ci sono tigri. E’ ben aggrappata alla vite quando si accorge che un topolino sta rosicchiando la vite a cui è appesa. Nota anche,, accanto un bel cespuglio pieno di fragole di bosco. Allora si ferma, guarda le tigri sopra, guarda le tigri sotto. Poi con la mano libera afferra una bella fragola inizia a gustarla pienamente. 

 

La vita è piena di tigri che circondano la nostra esistenza. Possiamo scegliere se buttarci senza neanche notare quel cespuglio profumato di fragole, possiamo mangiare il frutto delizioso condito con il rammarico e la preoccupazione che sarà l’ultima volta. Possiamo in alternativa, osservare quello che c’è e gustarci pienamente quella fragolina, proprio quella lì. E esserne contenti.

 

 

 

 

 

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