Vivere in sala d'aspetto o coltivare la felicità.


“Quando tutto questo sarà finito…” è una frase che mi capita di sentire spesso ultimamente. Quanti di noi fanno programmi su cosa fare, vedere quando questo periodo sarà finito?


Gli ultimi mesi hanno enfatizzato una tendenza che in realtà era già presente nelle nostre vite, quella di vivere in sala d’attesa. Quante volte rimandiamo il nostro vivere alla fine del lavoro, alla fine della scuola dei bambini, alla fine di un progetto, di una stagione, alla fine della pandemia.


Lo faccio anch'io soprattutto nei periodi più carichi di lavoro: rimando ai tempi futuri i piani di che portano maggiore felicità. Il rischio è quello di vedere la gioia come un svago, o come la luce alla fine del tunnel. La felicità è invece un atteggiamento da coltivare ogni giorno nelle nostre giornate, facendo del nostro meglio per farle spazio.


Questo vale anche nella meditazione, nella possibilità cioè di riconoscere nella nostra meditazione non solo la mente irrequieta e il torpore ma anche la pace, la calma e la gioia. Rischiamo altrimenti di ridurre la meditazione a un’esplorazione sulla sofferenza e sullo stress, e magari a credere che la felicità arriverà solo quando tutta la sofferenza sarà finita. Ma sarà mai finita?

“Credi che la pace richieda la fine della guerra?”, recita il primo verso di una poesia di Dorothy Hunt. Possiamo anche parafrasarla così: credi che la felicità richieda la fine della sofferenza?