Stare con la domanda


Tutte le mattine chiedo a mio marito quanto secondo lui durerà tutto questo. I primi giorni di isolamento mi rispondeva. Da qualche giorno mi guarda con quello sguardo che hanno i grandi quando interrogati dai piccoli durante un lungo viaggio in macchina verso nuove destinazioni, viene loro chiesto “fra quanto arriviamo?”.

La differenza è che nonostante le nostre migliori stime non sappiamo quanto durerà. A volte è proprio questa incertezza che ci fa stare male.

E non sappiamo quanto l’incertezza durerà nei nostri cuori a prescindere dalle restrizioni che verranno o meno allentate.

Mi viene in mente quella sensazione che si prova quando si toglie un gesso per una frattura, dopo un periodo di immobilità. C’è una certa paura a poggiare nuovamente la gamba per terra o fare quei movimenti a cui eravamo così abituati.

Credo che quando potremo uscire di casa per tornare alle nostre vite, i nostri movimenti saranno discreti, scelti e consapevoli.


E mentre penso alla domanda che faccio tutte le mattine a mio marito e alla pazienza con cui le accoglie, rifletto sul valore di stare sulla domanda; uno dei più grandi insegnamenti della pratica.

Spesso iniziamo a praticare per risolvere una sofferenza, per superare un momento di difficoltà della vita.

La mindfulness con la sua pratica paziente e intrisa di fiducia ci invita piuttosto a stare con la domanda senza avere fretta di trovare una risposta. Una pratica che si basa sull’incontrare l’esperienza diretta e non il racconto o la giustificazione mentale delle cose, non può che incoraggiare questa attesa.


C’è un valore a stare nella domanda, un invito a osservare con maggiore attenzione qual è il vero interrogativo. A volte neanche noi lo sappiamo finché non ci dedichiamo a un gentile ascolto. E’ stato così anche per me quando ho iniziato a praticare; mi hanno ispirato le parole di Rilke in un suo celebre scritto “Lettera a un giovane poeta” quando invita a star con la domanda. “Resta paziente con ciò che resta di irrisolto nel tuo cuore, cerca di affezionarti alle domande come fossero stanze chiuse o libri scritti in una lingua straniera. Non cercare le risposte. Non ti possono essere date perché non le hai ancora vissute".

Stare con la domanda ci porta a volte a incontrare altre domande oppure scoprire che forse non c’era nessuna domanda, piuttosto un’emozione che non riusciamo a vedere e che nel tentativo di incasellarla in una risposta speriamo di tenere sotto controllo. Stare con la domanda in questi giorni vuol dire incontrare il nostro senso di incertezza; vuol dire anche osservare se si tratta di domande che ci allontanano da questo momento o che ci invitano a stare con quello che c’è.


C’è un luogo che io trovo per eccellenza il luogo delle domande: è quello della poesia. La poesia più di ogni altra cosa apre spazi piuttosto che riempirli, legittima il nostro sentire e ci porta a esplorare ancora nuove domande.

Chiudo per questo con alcuni versi di Fernando Pessoa che invitano a stare sulla strada in cui siamo. Un invito a ritornare ancora e ancora a questo momento.


Oltre la curva della strada

forse c’è un pozzo, e forse un castello,

forse solo la continuazione della strada.

Non so né domando.

Mentre procedo lungo la strada prima della curva

guardo solo la strada prima della curva,

perché non posso vedere altro se non la strada prima della curva.

A nulla servirebbe guardare l’altro lato,

e verso quello che non vedo.

Ci interessino soltanto i luoghi in cui siamo.

C’è abbastanza bellezza nello stare qui e non in qualche altro luogo.

Se c’è qualcuno oltre la curva della strada,

si angustino loro di quel che c’è oltre la curva della strada.

Quella è la strada per loro.

Se dobbiamo arrivare là, quando là arriveremo sapremo.

Per ora solo sappiamo che là non stiamo.

Qui c’è solo la strada prima della curva, e prima della curva

c’è la strada senz’alcuna curva.

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