Quello che non so



Più vado avanti con la mia pratica di consapevolezza, meno so.

Più vado avanti con la pratica di consapevolezza, più sorrido al mio non sapere.


Non è sempre stato così. Per dirla con un termine siciliano, per anni mi sono sentita “insignata” (insegnata) e cioè credevo di sapere tutto. Credo che in me si unissero diversi fattori, culturali e caratteriali. Soprattutto desideravo essere all’altezza della situazione, forse volevo dare certezze agli altri e prima di tutto a me sessa.

Negli anni che ho lavorato in azienda ancora di più di è rafforzata questo desiderio di infallibilità. Se penso a come vengono preparati ancora oggi i colloqui di lavoro, il non sapere, l’incertezza, la vulnerabilità non sono considerati un valore ma qualcosa da reindirizzare. Io stessa al mio primo colloquio di lavoro ho detto di padroneggiare un programma di calcolo che non conoscevo affatto. Non sapere non era contemplato.


Nell'insegnare mindfulness e qualsiasi altra disciplina di consapevolezza è considerata saggezza non sapere. Più si va avanti nel percorso, più le certezze si sgretolano.

Jon Kabat-Zinn, dice che dopo il percorso di certificazione per insegnati, inizia il percorso di un-certifing e cioè quasi una contro-certificazione, un invito a non aggrapparci a tutto quello che conosciamo e abbiamo imparato ma restare curiosi e aperti.


La pratica della consapevolezza è stata una mappa per fare amicizia con questo non sapere e vederne la preziosità. La mindfulness mi ha offerta la possibilità di scoprire nella mia vulnerabilità una parte essenziale di me. Farne conoscenza mi ha permesso anche di legittimare certi stati d’animo che allontanavo o per cui incolpavo altri (come se si potesse veramente ritenere altri responsabili di quello che sentiamo noi).

Se la pratica mindfulness ci permette di fare amicizia con noi stessi, ci permette anche di riconoscere vergogna, paura, senso di inadeguatezza come normali emozioni che richiedono attenzione al pari o più di altre.


Questa esplorazione ha aperto la strada per legittimare le parti di me che ritenevo meno pregevoli e sono diventata curiosa nel notare tutte le volte che non sono a mio agio e tutte le cose che non mi riescono bene. Per esempio ho paura della velocità e questo si traduce in una paura di sciare e nel fatto che quando vado in mountain bike in discesa, le mie urla si sentono fino in Sicilia. Ho un pessimo senso dell’orientamento al punto che se l’istinto mi dice di andare a destra, chiaramente bisognerà andare a sinistra. Se c’è un parcheggio parallelo, lo lascio a chi verrà dopo di me perchè il rischio di colpire una macchina è altissimo. Potrei andare avanti per ore perché più osservo più scopro momenti di incertezza.

In realtà, la vera sorpresa nel riconoscere la nostra vulnerabilità, è che mi rende invulnerabile.

Quando faccio conoscenza di cosa potrebbe ferirmi, non mi sorprendo più quando succede. Anzi, ci sorrido sopra.

Più volte nelle conversazioni dico "non lo so", "non conosco", "non l'ho letto".

Ho scoperto che un mondo si apre davanti a me quando pronuncio queste magiche paroline. Come dice Rachem Noemi Remen “una domanda non risposta è una buona compagna di viaggio. Affina lo sguardo lungo la strada”.

Penso al grande maestro zen Suzuki Roshi che racconta dell’esperienza limitata della persona esperta che ha già tutte le risposte. La mente del principiante ha ancora tutte le possibilità davanti a sè. La meditazione ci invita a coltivare questa mente che non sa: dal cuscino della meditazione possiamo portare questo sguardo nella nostra vita di tutti i giorni e scoprire nell’ordinario qualcosa di straordinario.

Un modo per allenarla è prendere una macchina fotografica e scattare alcune foto in un ambiente che conosciamo bene, guardare con occhi curiosi tutto quello che ci circonda.

Nel periodo del lockdown molti si sono trovati a fare questa pratica. Chiusi per giorni nello stesso spazio, gli occhi si sono allenati a osservare con sguardo rinnovato lo spazio intorno. Proviamo a catturare oggetti, angoli, viste, scorsi, ordini e disordini che altrimenti non avremmo mai visto. Proviamo a catturare il cielo e scoprire come dalla stessa finestra si mostri sempre diverso.


Chiudo con una storiella zen che è anche un koan e quindi nella sua apparente assurdità racchiude anche una saggezza da esplorare. La storia è quella del giovane monaco Fayan e del suo maestro Dizang. Quest’ultimo vedendo l’allievo in procinto di partire gli chiese dove stesse andando. “In pellegrinaggio” rispose Fayan.

Qual è la ragione del tuo viaggio?” chiede il maestro. E dopo che l’allievo rispose di non sapere, il maestro Dizang concluse: «Non sapere è più intimo».

Il pellegrinaggio di Fayan è il nostro pellegrinaggio nella vita di tutti i giorni.

Che noi si possa procedere e a ogni passo ricordarci l’intimità del non sapere.


 

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