Meditare e Coltivare



C’è una cosa che apprezzo in questo periodo dell’anno: è il riprendere di tante abitudini e il tentativo, per lo meno all’inizio, di ricreare una certa disciplina.

Disciplina… una parola che può in qualche modo avere un’accezione dura e severa.


Eppure rifletto oggi sul fatto che tutte le cose preziose della vita necessitano di disciplina. Lo sa bene il ballerino per le ore che passa alla sbarra, il musicista le cui mani non conoscono vacanze, i poeti e gli scrittori le cui abitudini e discipline di scrittura vengono spesso raccolte di libri in modo da ispirare chiunque provi a misurarsi con la pratica delle parole. Penso agli sportivi a cui prima di altri è stato concesso dopo il periodo di lock-down di riprendere la propria disciplina.


Così è per la meditazione.

La parola in lingua pali per meditazione è bhavana, e la traduzione è “coltivare”. Cosa coltiviamo se non la cura per noi e l’attenzione per la vita affinché non scorra via con troppa indifferenza?


Pensando al coltivare, penso all’impennata nel periodo della pandemia che ha avuto la coltivazione di piante da appartamento e la creazione di orti in vaso.

E allora ho pensato al desiderio dell’uomo di disciplina e di tutti i valori a essa connessi.

La cura per le piante ci offre moltissimi insegnamenti per la vita e la meditazione.

Ci insegna la disciplina, l’attenzione e l’osservazione profonda, la pazienza e la fiducia.


Ho letto anni fa che in America hanno sperimentato con successo il giardinaggio come terapia per i disturbi post-traumatici da stress. In situazioni in cui la speranza sembra venire meno, la pianta ci offre l’occasione di pazientare ancora e dare fiducia.

Quanta fiducia ogni volta che potiamo senza sapere se quel ramo rinascerà davvero più forte, quanta speranza nei mesi in cui tutto sembra morto e invece è vivo. Come scriveva Emily Dickinson:

Marzo: mese di attesa.

Le cose che ignoriamo (…)

sono già in cammino”.

E anche di Xan Oku:

Possano i fiori ricordare

perchè la pioggia era così necessaria


Infatti le piante ci ricordano il ciclo della vita e l’eterna rinascita a cui possiamo credere ricominciando ad avere fiducia e anche la fragilità dell’esistenza che rendono un fiore ancora più prezioso proprio perché non sarà lì per sempre.


Molti iniziano un percorso di meditazione proprio perchè sentono il bisogno di coltivare uno spazio con se stessi. Sedersi quietamente per 10, 20, 30 minuti; rinunciare ai rumori della giornata, prestando attenzione a qualsiasi cosa emerga, portando pazienza con ogni distrazione, e prestando fiducia in se stessi, nella pratica.

A volte il desiderio di ottenere qualche risultato immediato ci fa dimenticare il senso del coltivare, la pazienza, la fiducia, il silenzio. Allora credo che l’immagine del coltivare le piante, possa venirci incontro ricordandoci come in questa pratica siamo non solo colui che coltiva, ma la stessa pianta. Chiudo con una bellissima poesia che racconta proprio questo.


Qualunque fiore tu sia,

Quando verrà il tuo tempo,

Sboccerai.

Prima di allora

Una lunga e fredda notte potrà passare.

Anche dai sogni della notte

Trarrai forza e nutrimento.

Perciò sii paziente

Verso quanto ti accade

E curati e amati senza paragonarti

O voler essere un altro fiore,

Perché non esiste fiore migliore

Di quello che si apre

Nella pienezza di ciò che è.

E quando ciò accadrà,

Potrai scoprire

Che andavi sognando di essere

Un fiore che aveva da fiorire.


Daisaku Ikeda

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