Le storie che ci tengono in ostaggio


Di recente una partecipante ai corsi di mindfulness mi ha chiesto se la ricerca della consapevolezza inizia necessariamente dalla sofferenza. E’ una domanda interessante e ricca di spunti di riflessione che non possono essere esauriti in questo spazio; ma voglio provare a riflettere su questo invito.

No, non dobbiamo necessariamente trovarci in una situazione di sofferenza per scegliere di guardare consapevolmente la nostra vita. Ma di fatto, ahimè aspettiamo di trovarci in un momento difficile per cerare un po’ di pace e autenticità.

Spesso non è la sofferenza a guidarci, ma un senso di nostalgia. Mi riferisco all’etimologia greca che racconta quella malinconia che proviamo nel sentirci distanti da persone, luoghi epoche in cui siamo stati bene. Si cerca un percorso di consapevolezza - di qualsiasi tipo e non necessariamente di meditazione - per nostalgia da un tempo in cui ci siamo sentiti integri e vicini alla nostra vera natura.


A volte per ricordare la nostra vera natura è necessario liberarci da ruoli e storie che ci tengono in ostaggio. Chi si avvicina ai corsi si trova spesso a vivere come un “bianconiglio” di Alice nel Paese delle Meraviglie: tutti di fretta, tutti impegnati, molto impegnati, tutti in ritardo molto in ritardo. Il lavoro è uno stress che non ci fa dormire ma d’altronde che alternative abbiamo? Altre volte un ostacolo o un evento difficile della vita sembra non permetterci di andare avanti.


La pratica di consapevolezza ci invita a prendere posto e osservare con cura e pazienza i meccanismi e le storie che ci tengono in ostaggio. Iniziamo a vedere come siamo impigliati in quelle storie che per tanto tempo ci hanno definito: sono una donna molto impegnata, sono un uomo che non dorme la notte da anni, il mio lavoro è importantissimo e non posso non fare altro, sono una donna senza figli, sono stato licenziato, sono sola, sono stato lasciato e via di seguito.

E mentre è giusto e importante rispettare e onorare le storie che ci hanno portato fin qui, possiamo considerare che siamo molto più di quelle storie e guardare l’ampiezza della nostra esistenza.

Eppure una delle difficoltà più grandi è abbandonare le storie che ci hanno accompagnato per tanto tempo. In fondo, chi siamo noi senza le nostre storie? Cosa resta dell’uomo impegnato, della donna sola, di chi convive con una malattia se togliamo tutto questo?

Un po’ come le tragedie portano i nomi dei loro grandi protagonisti - Antigone, Alcesti, Medea, e poi Romeo e Giulietta, Macbeth, Amleto - probabilmente anche l’insoddisfazione che attraversa la nostra vita porta il nostro nome e la incornicia in un dramma che crediamo resterà lì per sempre.


La pratica mindfulness ci permette di iniziare a riconoscere tutte queste storie permettendoci di vederne anche i limiti; ci invita a uscire dalla nostra zona di comfort per scoprire che e a volte le nostre storie, anche quelle più tristi, diventano una specie di zona di comfort, una caverna in cui rifugiarci, uno scudo, una scusa. E' necessario stare lì per un tempo necessario ma poi quando iniziamo a vedere, la nostra schiena si raddrizza e iniziamo a abbandonare la storia e ci avviciniamo all’emozione, proprio come ci insegna Pema Chodron “drop the story and find the feeling”. Lasciamo andare la storia e stiamo con il nostro sentire.

La pratica Mindfulness ci invita a occuparci di quel sentire, anche quando si tratta di emozioni che abbiamo etichettato come poco meritevole di attenzione. Ecco che arrivano le due armi principali della nostra meditazione la curiosità e la gentilezza.

La curiosità ci spinge a osservare con maggiore attenzione, a domandarci “è veramente così?”, "che altro c’è"? Soprattutto ci invita a stare con la domanda senza alcuna fretta di trovare risposte.

La gentilezza, quella vera, ci invita a fare amicizia con il fastidio, l’irrequietezza, la tristezza, l'indesiderato. Se è vero che la pratica è una relazione amorosa, iniziamo a domandarci nello spazio silenzioso del nostro cuscino, posso accogliermi nei momenti in cui mi amo di meno? Posso accogliere la vita anche nei momenti in cui la amo di meno?


Qualsiasi tradizione spirituale, qualsiasi pratica di consapevolezza racconta la stessa storia: solo quando saremo in grado di accogliere la vita e noi stessi nella sua totalità - anche nella parte che più detestiamo - solo allora potremo assaporarne il senso. A volte essere sorpresi e scoprire come ci dice San Marco che la pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo: ciò che credevamo la parte meno meritevole, può diventare il punto di svolta, di risveglio, la riconciliazione con la vita stessa.


Una poesia di Mary Oliver mi fa pensare alla domanda da cui siamo partiti. Il titolo è infatti Lutilità della sofferenza e l’autrice racconta di avere sognato questi versi che recitano:

Una persona che amavo mi ha dato una volta | una scatola piena di buio.

Ci sono voluti anni perché capissi | che anche quello era un dono.


 

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