Il potere dell'intenzionalità


Quante volte capita di leggere un libro e poi dovere tornare indietro di 10 pagine perchè non eravamo veramente attenti? Anche, quante volte capita di dovere rientrare a casa per controllare se ci siamo ricordati di spegnere la luce, la candela, il gas? Quante volte guidiamo fino in ufficio magari il sabato mattina per poi ricordarci che dovevamo andare al supermercato. Chiaramente eravamo presenti ma anche persi.


Avrete notato che c'è una certa differenza tra essere persi nei propri pensieri e stare pensando. In entrambi i casi stiamo pensando, ma l'intenzionalità del momento fa una certa differenza nel determinare la consapevolezza del momento.

Spesso la mindfulness viene descritta come la la capacità di essere presenti. Ma basta davvero solo essere presenti? Abbiamo visto negli esempi sopra che non è abbastanza. Sicuramente siamo attenti mentre guidiamo, ma anche abbiamo attivato un certo automatismo. L’intenzionalità della nostra presenza caratterizza la qualità della nostra attenzione e la fa diventare una scelta e non una casualità.

L’intenzionalità è uno degli aspetti caratterizzanti nella definizione che Jon Kabat Zinn offre della parola mindfulness; e cioè la consapevolezza che emerge quando prestiamo attenzione in modo intenzionale e non giudicante.


L’intenzionalità descrive la nostra scelta a essere veramente presenti.

Descrive la nostra capacità di indirizzare l’attenzione, questa abilità che abbiamo è spesso descritta come una torcia che illumina alcune cose invece di altre.

Come si traduce tutto questo nella pratica? Mi vengono in mente tre aspetti:

  1. Scopriamo che abbiamo una scelta. A noi la scelta se continuare a correre forsennatamente come il criceto sulla ruota oppure fermarci. A noi la scelta se restare persi nelle distrazioni o tornare. Mi piace a questo proposito una frase di Joko Beck che dice: “Momento dopo momento la nostra pratica è come una scelta, un bivio sulla strada dove possiamo scegliere se andare da una parte o dall’altra. La scelta è sempre, momento dopo momento, tra il nostro bel mondo che abbiamo costruito nelle nostre menti e ciò che è veramente”.

  2. Possiamo con l’intenzionalità scegliere la qualità della nostra attenzione, se precisa e sottile oppure ampia. La nostra attenzione può essere rivolta a un solo oggetto di attenzione oppure aprirsi ai suoni, al corpo, alla vista, agli stati della mente.

  3. L’intenzionalità inoltre mostra la qualità discernente dell’attenzione. Abbiamo detto che come una torcia rivolgiamo l’attenzione a questo o quell’oggetto e lasciamo altro nell’oscurità. Questo non vuol dire negarne o rifiutare, piuttosto ri-orientare la nostra attenzione. Perché è importante? La nostra esperienza di vita è determinata da dove e come indirizziamo la nostra attenzione. Questo è oggetto della nostra pratica mindful e cioè indagare la relazione che abbiamo con l’esperienza che stiamo vivendo.


Forse avremo notato che la nostra attenzione tende a essere attratta da ciò che è difficile spiacevole. Chi ha frequentato il corso per la gestione dello stress ricorderà come gli eventi spiacevoli ci sembravano più duraturi di quelli piacevoli. Lo psichiatra Rick Hansom ha coniato due termini che descrivono alcune modalità del nostro cervello e cioè la mente teflon e velcro. Spesso il nostro cervello come con il velcro attira ciò che è spiacevole.

Purtroppo si lascia scivolare via come con il teflon ciò che è piacevole.

Attraverso la mindfulness iniziamo a diventare consapevoli di questo meccanismo; impariamo a vedere non solo l’oggetto della nostra mente ma anche le dinamiche.


Questa intenzionalità di tornare e ritornare diventa un vero e proprio allenamento per la nostra mente e quindi un allenamento a indirizzare la nostra vita verso ciò che per noi vale, sostituendo la reattività e l’automatismo alla scelta consapevole. E così semplicemente con l’intenzionalità la vita comincia a trasformarsi. Non succede magari nulla di particolare, solo che cominciamo a scegliere dove indirizzare la nostra attenzione. La gente si stupisce di quanto trasformativa sia questa pratica pur nella sua semplicità.


Uno dei doni di questa intenzionalità sta nella possibilità di aprirci a semplici oggetti quotidiani e vederli per la prima volta o quanto meno con occhi rinnovati.

Questo solitamente ci apre uno spazio di meraviglia e gratitudine.

Di recente mi sono imbattuta in una poesia che descrive il modo con cui frettolosamente e automaticamente chiamiamo gli oggetti intorno a noi. Ho chiesto all’autrice il permesso di condividere questo brano e quindi tradurlo in italiano. Lei ha riso pensando che il titolo è proprio Traduzione. Nella sua semplicità racconta alcune delle esperienze di chi pratica. Parla dell’uso che facciamo delle parole ma simbolicamente dei momenti della giornata che viviamo automaticamente e che se invece iniziamo a investire di intenzionalità acquisiscono una luce diversa.


Traduzione

di Rosemerry Trommer


Una volta avrei detto "tavolo" per dire

"tavolo." Una volta, avrei detto

"Broccoli" per dire "broccoli".

Avrei detto "pietra" e avrei inteso

"pietra." Ci credevo davvero

che le cose erano separate.

E nominabili. Adesso,

ogni parola che viene

dalla mia bocca, non importa

quante sillabe, non importa

il tono della voce, non importa

la mia intenzione, ho capito

che a ogni parola

è davvero solo una traduzione

per grazie,

grazie per questo momento.

E ogni silenzio tra le parole,

indipendentemente da quanto breve,

è davvero solo il suono

di una mano in segno di gratitudine.



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