Gli altari della nostra vita



Spesso quando si frequenta un corso di meditazione, uno dei più frequenti consigli che viene offerto è quello di riservare uno spazio della casa da dedicare alla pratica; un luogo che diventa nel tempo quasi sacro a cui potere tornare e a cui rivolgere un pensiero quando siamo fuori casa. Qualcuno ama impreziosire questo spazio con una pianta, una candela, una foto, a volte una statua sacra. In un certo senso, la scelta di questi oggetti, la disposizione e la cura che viene offerta, ricorda la creazione di un altare. In alcune tradizioni, il tempo dedicato alla cura e la pulizia di quello spazio, è di per sè già una pratica meditativa.

Di recente durante un corso che seguo, ci è stato chiesto di riflettere su un altare che abbiamo a casa o che avremmo voluto costruire. Cosa avrebbe dovuto contenere? Molti partecipanti hanno condiviso gli altari delle proprie case; oltre a spazi e oggetti più o meno prevedibili, mi hanno fatto sorridere gli altari che raccoglievano ricordi, oggetti improbabili e memorabilia di viaggi passati, altri che raccontavano la storia di una famiglia. Una signora aveva incluso l’immagine di qualcuno per cui provava sentimenti difficili. Il suo augurio era, posizionandola nel suo altare, tra le cose a lei più care, di potere trasformare il suo sentimento e la sua resistenza in qualcosa di più morbido.


Questo mi ha portato a interrogarmi su cosa sia un altare. Ogni religione contempla un altare. Nella sua definizione originale, un altare è un luogo in cui si compie un rito o qualcosa di sacro. Un altare quindi in qualche modo racchiude due elementi: la ritualità e la sacralità; entrambe qualità che non necessariamente devono essere di natura religiosa.


La nostra vita è costellata da altari. Il primo forse che incontriamo - per chi è stato battezzato - è proprio quello battesimale; c’è poi quello del matrimonio religioso e anche di quello civile perché anche qui viene riposta grande cura nel trasformare un semplice tavolo di ufficio in un altare che possa incorniciare la solennità di una promessa tanto importante.

Ci sono tantissimi altari un po’ più secolari che raccontano rituali della nostra giornata: il comodino per esempio in cui posizioniamo gli oggetti necessari per attraversare la notte. Penso ai salotti in cui sono disposti con ordine oggetti, ricordi, fotografie, o allo studio di mio padre e alla disposizione di alcuni oggetti che sicuramente raccontano di quanto quello spazio fosse l'altare della sua pace interiore. Mia suocera teneva in un angolo del salotto alcune bomboniere ricevute da amici e parenti. Cos’era se non un altare di tante nuove nascite presentate al mondo?


Ho riflettuto a tutti quegli altari formali e informali di cui mi circondo. Non solo quello della stanza della meditazione, ma anche per esempio quello che ho nella libreria in cui conservo le foto di nonni, di mia suocera, della mia baby sitter che non ci sono più. In quello spazio sto rendendo omaggio a quelle figure come nella tradizione giapponese in cui si dedica una parte della casa alla memoria degli antenati. I giapponesi hanno nel loro DNA la solennità degli altari. Nella tipica casa giapponese c’è una nicchia - il tokonoma destinata ad ospitare una composizione floreale, un'opera d'arte o un rotolo calligrafico. Anche questo a tutti gli effetti è un altare che viene curato e tenuto con la massima attenzione.


Nell’hospice dove sono volontaria, abbiamo una stanza del silenzio. In questa stanza convivono testi di diverse fedi, un paio di sedie tutte rivolte verso un unico altare che è quello della natura. La stanza del silenzio guarda verso il giardino, un vero e proprio altare con lo stagno e le ninfee e dove ogni cespuglio, ogni albero porta il nome di una persona. Ogni stanza dell'hospice si rivolge verso questo giardino in modo che anche chi non può lasciare la stanza, possa comunque rivolgere la propria raccomandazione.


La natura è per eccellenza un altare a cui rivolgiamo le nostre intenzioni. Valerio, mio marito, cammina ore per raggiungere una certa vetta e sentire il suo respiro e essere più vicino al cielo. Torna a casa dicendo di avere salutato sua mamma che è ormai mancata da anni. Cos’è quello se non un altare naturale in cui si celebra un rito e si è vicini a qualcosa di sacro? Come Valerio, sicuramente molti di noi hanno dei luoghi sacri considerati come altari: li visitiamo, rendiamo omaggio, restiamo in silenzio, aspettiamo che il miracolo si compia. Ho preso tante decisioni in due altari come tra le rocce di Capo Gallo a Palermo e nella passeggiata di Calarossa che guarda gli aerei partire e tornare in Sicilia. E conosco tanti che hanno cosparso le ceneri dei propri cari in altari naturali che guardano le montagne, il mare, un albero di famiglia.


Possiamo in questi giorni guardarci intorno e provare a riconoscere gli altari che abbiamo creato più o meno consapevolmente nella nostra vita, nella nostra casa, magari quelle foto dei bambini, quei segni sul muro che raccontano la loro crescita anno dopo anno, il ricordo di qualcuno che ci ha amato; le tante collezioni che raccontano di noi, gli angoli della casa che aspettano che il rito si compia anche oggi.


 

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