Dare e Avere e il senso della reciprocità


C’è un periodo dell’anno in cui facciamo i bilanci tra quello che abbiamo dato e ricevuto. Non mi riferisco ai regali avvolti nella carta e con un fiocco rosso. Piuttosto al nostro dare e ricevere in relazione a noi stessi, agli altri, al mondo.


Possiamo domandarci quanto generosi siamo con noi stessi. Qualcuno dirà di non avere mai tempo per sé e forse scoprire che non siamo poi così buoni con noi come lo siamo con altri. Altri potrebbero dichiararsi egoisti, anche se a volte quello che chiamiamo egoismo diventa self-care, prenderci cura di noi. Possiamo continuare domandandoci quanto grati siamo a noi stessi, per quello che facciamo e soprattutto per quello che siamo.


Osservare il dare e ricevere verso noi stessi è un pratica importante che spesso tralasciamo. E’ più frequente farsi queste domande in relazione agli altri.

Ho osservato quanto ricevo nella mia giornata. Dal momento in cui mi sveglio o anche prima. Per esempio, se di notte mi sveglio per andare in bagno, mio marito se ne accorge e cerca di farmi luce in modo che io non inciampi. Di conseguenza, io faccio del mio meglio per non alzarmi in modo da non svegliarlo. Nel paradosso della situazione tutto si trasforma in una gara nel volere offrire qualcosa all’altro, un po’ di luce o ancora un po’ di riposo.


A prescindere da questa cornice domestica, sono innumerevoli i momenti nella mia giornata in cui ricevo: al supermercato il sacchetto della spesa, al bar un cappuccino, alla posta un servizio richiesto. Quanta gratitudine provo per quel gesto che non ha nulla di scontato?

Allo stesso modo quanta cura metto nelle situazioni in cui sono io a dare qualcosa agli altri: una risposta, un’informazione, uno sguardo, il mio lavoro?


Incontro molte persone che dichiarano di essere più brave a dare invece che a ricevere. Anche io sono tra queste persone. Mi capita di rispondere “no grazie” quando qualcuno prova a offrirmi aiuto. Credo sia diventata un’abitudine; e quando mia mamma mi chiede come sto, taglio corto. Piuttosto che parlare di me, preferisco ascoltare degli altri.

In realtà taglio corto non solo alla possibilità di ricevere ma anche al permettere agli altri di dare. Se ho fatto esperienza di quanto gratificante sia offrirsi agli altri, perché privarli dello stesso piacere?

E’ un’illusione quella di potere bastare a noi stessi. E comunque una mancata opportunità di uno spazio che potrebbe essere condiviso.

Non esiste dare senza ricevere, e non esiste ricevere senza dare. La reciprocità è alla base dell'esistenza umana.


C’è un termine zulu molto significativo ubuntu, che descrive questa reciprocità. Potrebbe essere tradotto in “io sono perché tu sei”. Siamo interconnessi in modo imprescindibile.

L’arcivescovo Desmond Tutu, premio Nobel per la Pace nel 1984 spiega con queste parole Ubuntu:

... è l'essenza dell'essere umano. Fa riferimento in particolar modo al fatto che una persona non può esistere come singolo, isolato dagli altri e al fatto che tutti siamo interconnessi. Non si può essere "umani" per conto proprio e quando si possiede questa qualità, detta Ubuntu, si è noti per la propria generosità. Troppo spesso pensiamo a noi stessi come individui, separati gli uni dagli altri, quando invece siamo tutti connessi e quello che facciamo ha effetto sul mondo intero. Quando facciamo del bene questo si diffonde, ovvero, lo facciamo per l'umanità intera”.


C’è una pratica di meditazione, quella della gentilezza, che ci ricorda di questa interconnessione, ci ricorda della natura umana che condividiamo con chi ci sta vicino, del comune desiderio di vivere una vita serena.

Jon Kabat-Zinn, dice sempre che tutta la meditazione è di per sé il più grande atto di gentilezza che possiamo fare a noi stessi e elenca tra gli atteggiamenti della pratica quello della gratitudine e della generosità. In effetti, tutte le volte che ci sediamo su un cuscino di meditazione stiamo di fatto prendici cura di noi. Inoltre la consapevolezza permette un naturale sorgere della gratitudine. Quando ci risvegliamo all’abbondanza che circonda la nostra vita non possiamo che essere grati.


Il dare e il ricevere riguarda noi stessi, gli altri e un mondo apparentemente lontano da noi.

Non dobbiamo andare lontano per notare come il mondo intorno a noi convivono grande abbondanza e grande bisogno. Come ci relazioniamo con questo contrasto? Quale il nostro contributo? Riusciamo a dare voce a chi ha bisogno e se siamo nelle condizioni di potere dare, lo facciamo?

Vi lascio condividendo un brano che ho letto di recente di Sister Hai An che parla appunto di reciprocità.

Alla fine, non è così importante chi dà e chi riceve. Ciò che conta è coltivare l'apertura mentale che ci porta oltre ad aggrapparci alla nostra separazione e alla consapevolezza che tutto è dato e ricevuto. La reciprocità è una danza come la vita stessa. L'aria che respiriamo, il cibo che mangiamo, le ferite che portiamo e l'amore che condividiamo sono tutti dati e ricevuti. La reciprocità ci ricorda di guardare oltre i ruoli nella relazione. Quando diamo senza differenziare se stessi dall'altro e quando riceviamo senza differenziarlo dal dare, allora possiamo trovare il dono della reciprocità ovunque”.



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