Appartenenza



C’è una storia che racconta di quando la cattedrale di Londra andò in fiamme nel 1600 e l’architetto Vren fu incaricato di ricostruirla. Non era molto conosciuto a quei tempi e i primi giorni girava per conoscere gli uomini che lavoravano con lui. Per questo un giorno fermò tre operai e chiese loro a che progetto stessero lavorando. Il primo rispose che era lì per guadagnarsi da vivere. Il secondo disse che era lì a tagliare pietre. Il terzo disse che era lì per aiutare l’architetto Vren a costruire una grande cattedrale.

Di cosa parla questa storia? Del significato che diamo a quello che stiamo facendo, non solo nel nostro lavoro ma nella nostra esistenza. Racconta della possibilità di guardare ai nostri giorni con uno sguardo più ampio che non coinvolga solo noi ma la comunità in cui viviamo. Improvvisamente la nostra vita, la nostra esistenza apparentemente piccola assume un contorno diverso e il nostro comportamento ha un impatto immediato su tutti.

E in questi giorni l'Italia, anzi il mondo fa appello proprio a questo senso di comunità.

Mi domando se vediamo il nostro ruolo in un puzzle più ampio in cui anche la nostra partecipazione ha un ruolo e un’importanza cruciale che non riguarda solo noi.


Il senso di appartenenza non è un semplice concetto astratto ma dal punto di vista biologico fa parte del nostro DNA. Ci sono studi che mostrano che il nostro vantaggio come specie sta proprio nella nostra capacità di essere in relazione, di collaborare. Appartenere non vuol dire essere accomunati da uno stesso sentire, da uno stesso pensiero, piuttosto da un riconoscere la comune umanità che la ricercatrice americana Brenee Brown definisce, sacra.

In epoche preistoriche la non-appartenza a un gruppo voleva dire la morte.


Sono giorni in cui le diverse emozioni possono giocare brutti scherzi e farci dimenticare questo senso di appartenenza. Scuole chiuse, annullate riunioni, messe, mercati, teatro. Veniamo invitati a restare nelle nostre case e a mantenere le distanze di sicurezza. Potremmo anche fraintendere tutto questo tentativo di essere messi al sicuro rischiando di sentirci ancora più isolati. E’ un tema che mi è così caro, ne ho parlato di recente in un post in cui ho esplorato questo anelito a appartenere al gruppo e la paura degli altri.


La tentazione di lasciarci andare alle nostre paure, di di isolarci, incolparci per i nostri diversi punti di vista è fortissimo. In questo momento più che mai possiamo esercitare il nostro senso di appartenenza, e trovo molta ispirazione in questo testo della ricercatrice Brenèe Brown “Sembra che abbiamo dimenticato che anche quando siamo completamente soli, siamo collegati l'uno all'altro da qualcosa di più grande dell'appartenenza al gruppo, della politica e dell'ideologia - siamo legati dall'amore e dallo spirito umano. Non importa quanto siamo separati da ciò che pensiamo e crediamo, facciamo parte della stessa storia spirituale”.


La stessa Brenee Brown ricorda che ci lasciamo andare a rabbia e paura quando diventiamo incapaci di includere nelle nostre conversazioni la nostra vulnerabilità. La possibilità di riconoscere l'incertezza in cui dimoriamo ci rende pronti a incontrare ogni momento con maggiore lucidità.


Thich Nhat Han, il famoso monaco vietnamita che è fuggito alle persecuzione in Vietnam, racconta del terrore che si respirava nelle barche che portavano in salvo i monaci. Racconta anche che bastava una sola persona lucida e calma in quella barca per fare la differenza sul gruppo.


Forse possiamo essere noi le persone nella barca della nostra vita; o possiamo individuare chi può esser per noi fonte di calma e ispirazione. Magari sconosciuti che con piccoli gesti ci ricordano della nostra comune umanità come raccontato nella poesia "Small Kindnesses", piccole gentilezze di Danusha Laméris; una poesia che celebra la gentilezza. Una raccolta di piccoli incoraggiamenti che riportino un po’ di normalità e speranza nelle nostre vite. Ci ricorda anche di quella vecchia abitudine che abbiamo di dire “salute” quando qualcuno starnutisce, un retaggio di vecchi tempi di epidemie in cui l’un l’altro ci si augurava la vita!


Stavo pensando a quando camminando

giù per un corridoio affollato, le persone tirano indietro le gambe

per farti passare. O a quando estranei dicono "salute"

quando qualcuno starnutisce, ricordo

dalla peste bubbonica. "Non morire", stiamo dicendo.

E a volte, quando fai cadere i limoni

dalla borsa della spesa, qualcun altro ti aiuterà

a raccoglierli. Principalmente, non vogliamo fare del male.

Vogliamo avere la nostra tazza di caffè calda,

e poi ringraziare la persona che ce la offre. Sorridere

a loro e grazie a loro restituire il sorriso. Alla cameriera

che ci chiama cara mentre posa la ciotola di zuppa di vongole,

e all'autista nel pick-up rosso che ci fa passare.

Abbiamo così poco l'uno dell'altro, ora. Così distanti

dalla tribù e dal fuoco. Solo questi brevi momenti di scambio.

E se fossero la vera dimora di ciò che è sacro, questi

templi fugaci che costruiamo insieme quando diciamo: “Ecco, prendi la mia sedia"" Vai avanti tu prima tu"" Mi piace il tuo cappello".



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