Le storie che ci raccontiamo


La pratica della mindfulness viene spesso descritta come un diventare intimi con se stessi e con tutto quello che emerge. Non è sempre facile quando un’emozione dolorosa o un pensiero ricorrente sulla nostra inadeguatezza arrivano. Giorno dopo giorno, pratica dopo pratica abbiamo la possibilità di diventare intimi con quelle storie che la nostra mente si racconta; con tutta quella proliferazione, con quel rimugino che spesso è causa di ansia, tristezza, stress e che spesso condiziona la nostra percezione della realtà.

La pratica è una storia d’amore; una continua relazione con quello che emerge anche con le cose meno piacevoli. Non diciamo alla persona che amiamo “non vedo l’ora che te ne vai”. Invece è quello che spesso facciamo quando un pensiero spiacevole attraversa la nostra pratica.

Se incontriamo un bambino o una persona spaventata o triste, come reagiamo? La cacciamo via, l'allontaniamo o forse la tranquillizziamo facendola sentire al sicuro? Quante volte usiamo la stessa cura verso noi stessi e verso quella parte di noi che non ci piace?

E se invece semplicemente la invitassimo a stare, la prendessimo per mano, la consolassimo esattamente come si fa con quel bambino spaventato?

Potrebbe sembrare tutto molto astratto, ma notiamo la prossima volta che ci troviamo a meditare quanto velocemente arriverà una certa tensione alle spalle o un fastidio a un ginocchio. Quando insofferenza e irrequietezza arrivano, iniziamo a lottare come se questo fastidio non fosse una parte di noi ma un male esterno da combattere o da sopportare stoicamente? E se invece riconoscessimo quella sofferenza fisica come una parte di noi? Stare nella pratica trasforma la nostra relazione con quello che arriva, permette di dare il benvenuto all’indesiderato.

A volte però quello che emerge nella meditazione non è un semplice male al ginocchio ma delle storie così radicate in noi da essere diventate delle vere e proprie lenti attraverso cui osserviamo la realtà, come vecchi condizionamenti che facciamo fatica a riconoscere.

Magari nell’osservarli possiamo anche notare che una volta ci sono stati utili, che magari hanno avuto degli effetti nella nostra vita.

Non è semplice accogliere quelle parti di noi di cui negavamo l'esistenza o che non ci piace affatto. Quando pratichiamo, possiamo allora semplicemente iniziare a osservare; quando qualcosa emerge magari dire “eccoti”. Magari qui e lì sorridere alla persistenza delle storie che ci raccontiamo "eccoti di nuovo".

Magari possiamo domandarciI quanto tempo ci vorrà prima di riconoscere che anche quella è una parte di noi. Nel momento in cui ci accorgiamo che non si tratta di un ospite indesiderato, ma di una parte di noi, abbiamo la possibilità di prenderci cura e magari abbracciarla come faremmo con quel bambino ripetendo “va tutto bene”. Come in alcuni versi del poeta Hafiz che parlano di una storia d’amore

“Mio caro | come posso amarti di più? | Come posso essere più gentile?”

Come abbiamo detto, è una storia d’amore. Come tutte le relazioni, richiede tempo, pazienza e soprattutto amore. E poi arriverà forse un giorno in cui ci sembrerà di incontrarci per la prima volta. E sarà una festa come raccontato in questi versi di Derek Walcott.

Tempo verrà in cui, con esultanza, saluterai te stesso arrivato alla tua porta, nel tuo proprio specchio, e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro

e dirà: Siedi qui. Mangia. Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io. Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore a se stesso, allo straniero che ti ha amato

per tutta la tua vita, che hai ignorato per un altro e che ti sa a memoria. Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,

le fotografie, le note disperate, sbuccia via dallo specchio la tua immagine. Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.


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